parole scritte
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pensieri verbali


Prime parole scritte

A scuola, naturalmente

Senza considerare il prediletto alfabeto multicolore in bachelite che ricevetti in dono verso i cinque anni e con il quale cominciai a familiarizzare con le lettere, devo dire che ho prodotto le mie prime parole scritte a scuola, come è capitato quasi a tutti.

Purtroppo, negli anni Cinquanta la scuola pubblica italiana era talmente autoritaria, conformista, deprimente, sessuofobica e confessionale da stravolgere in senso negativo perfino una fiaba edificante come Le avventure di Pinocchio, inducendo a credere che parlasse di un burattino che diventa un asino, invece che un bambino.

4 maggio 1959

Dettato

Sapete chi era Pinocchio? Un burattino figlio di un falegname.

Gli dicevano: Studia, ma egli non ne aveva voglia. E un brutto giorno, oh meraviglia, diventò un assinello che ragliava.

Scrittura 8 Dettato 9

Nonostante questo, però, il passo era fatto, e dopo aver compilato tanti svolazzi benpensanti e tante devote preghiere, in quinta elementare pubblicai con passione il mio primo e unico giornale - «Lo scacchiere del mondo» (poi: «L'informatore») - appiccicando su un quartino di quaderno degli anodini trafiletti che ritagliavo dai quotidiani e commentavo di mio pugno. Tiratura del periodico: una copia, che facevo circolare la mattina dopo a scuola sotto lo sguardo sospettoso del maestro e fra l'indifferenza dei compagni di classe, cosicché dovetti interrompere le pubblicazioni dopo dieci numeri.

Ma anche a casa

La gioia più grande della mia adolescenza, comunque, la provai nel 1964, quando mi regalarono una Olivetti Lettera 32, grazie alla quale ho scritto molte parole a macchina, che poi contemplavo rapito, quasi incapace di credere di esserne stato l'artefice.

Non parlo naturalmente del contenuto di quelle parole, che in questo esempio mescolavano con disinvoltura l'argomento del poema cavalleresco con il metro di un coro manzoniano, echi di recenti letture antologiche, parlo del loro aspetto, di un meraviglioso modo di comporle per mezzo di una macchina: docile, precisa, regolare.

Viste da vicino, in realtà, quelle parole non erano poi tanto precise e regolari; e la macchina talvolta era docile come un destriero bizzoso, per esempio quando permetteva che i martelletti del cinematismo si accavallassero come tanti zoccoli intorno alla forcella guidacaratteri, interrompendo il galoppo di un'ispirata digitazione. Dovevano passare ancora vent'anni, almeno, prima che Macintosh e LaserWriter, portassero in casa mia la vera raffinatezza tipografica.

Ma questo nessuno lo sapeva, ancora. Nel frattempo, chi possedeva (come me) una macchina per scrivere tutta sua, e sapeva anche apprezzare (come me) il severo arabesco di parole scritte che essa era capace di imprimere sul foglio di carta non finiva mai di bearsene.

E soprattutto in parrocchia

Ma il mio più consapevole amore per le parole scritte nacque nel 1968, grazie al contatto con la politica che, nel mio caso particolare, mi aveva atteso sulla strada inaspettata dell'oratorio.

Il libro fondante della mia prima giovinezza, condizionata dalla fede cattolica e permeata da un educato ideale egualitario, è stato Lettera a una professoressa, scritto a più mani dai ragazzi della Scuola di Barbiana, sotto l'occhiuta curatela del priore dell'omonima parrocchia, don Lorenzo Milani.

Si trattava di una inappellabile condanna della scuola pubblica italiana, giudicata incapace di assolvere il proprio compito istituzionale, soprattutto negli anni dell'obbligo scolastico.

Un emulo prete del priore lo divulgava fervidamente in oratorio come il verbo - nel senso letterale del termine - perché all'uso immorale o virtuoso che si può fare della parola era dedicata gran parte del libro.

Oggi lo rileggo con imbarazzo.

Le maestre son come i preti e le puttane. Si innamorano alla svelta delle creature. Se poi le perdono non hanno tempo di piangere. Il mondo è una famiglia immensa. C'è tante altre creature da servire.

Ai preti, comunque, veniva prospettata una speranza di salvezza, purché si votassero con dedizione totale all'insegnamento, tanto loro avevano scelto il celibato. Per le maestre e le puttane, invece, niente da fare.

La Scuola di Servizio Sociale potrebbe levarsi il gusto di mirare alto. Senza voti, senza registro, senza gioco, senza vacanze, senza debolezze verso il matrimonio o la carriera. Tutti i ragazzi indirizzati alla dedizione totale.

Poi per strada qualcuno può colpire un po' meno alto. Trovare una figliola, adattarsi a amare una famiglia più ristretta.

Fatico a credere che mi sia potuto nutrire di idee così schematiche. Un po' è stato per via della giovane età, questo è sicuro, un po' perché quelli furono anni avvelenati dall'ideologia, ma soprattutto perché, effettivamente, la scuola italiana era autoritaria, conformista, deprimente, sessuofobica e confessionale. E parlarne male era diventato facile, bastava munirsi di un fine da raggiungere.

Cercasi un fine.

Bisogna che sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo null'altro che d'essere uomo. Cioè che vada bene per credenti e atei.

Io lo conosco. Il priore me l'ha imposto fin da quando avevo 11 anni e ne ringrazio Dio. Ho risparmiato tanto tempo. Ho saputo minuto per minuto perché studiavo.

Il priore me l'ha imposto. Ho risparmiato tanto tempo. Infatti, quattro anni dopo, l'impresa era conclusa.

A voi vi fa paura un ragazzo che a 15 anni sa cosa vuole. Ci sentite l'influenza del maestro.

Guai a chi vi tocca l'Individuo. Il Libero Sviluppo della Personalità è il vostro credo supremo. Della società e dei suoi bisogni non ve ne importa nulla.

Io sono un ragazzo influenzato dal maestro e me ne vanto. Se ne vanta anche lui. Sennò la scuola in che consiste?

Già, in che consiste la scuola? In che consiste l'educazione?

La risposta è difficile, e poi questo non è il luogo adatto per cercarla; però, di una cosa sono sicuro: consiste prima di tutto nell'evitare le scorciatoie.

Finalmente per conto mio

Ma nonostante il fastidio che provo oggi nel rileggere tanti giudizi apologetici della Lettera ispirata da don Milani, non posso fare a meno di riconoscere che la passione e lo scrupolo che il priore di Barbiana metteva nell'insegnare ai suoi studenti l'arte dello scrivere, come lui stesso la chiamava, vanno vaorizzati quasi senza riserve.

Il testo della Lettera, infatti, è di una chiarezza e di una efficacia esemplari. Io ne rimasi affascinato, e ancora oggi mi colpisce. Il lessico è asciutto, i periodi brevi, le chiuse fulminanti.

Ho provato a impiegare SCRIPTA per dare, almeno in parte, una consistenza numerica a queste affermazioni. Siccome la Lettera è del 1967 ho preso in considerazione alcuni testi di varia natura prodotti nel quinquennio 1965-1969 e li ho messi a confronto.

n autore opera parole parole distinte % parole comuni lunghezza media parole lunghezza media periodi
1 Goffredo Parise Il padrone (1965) 76299 8758 74,6 4,58 18.1
2 Giorgio Scerbanenco Venere privata (1966) 59225 7959 74,8 4,69 17,1
3 Italo
Calvino
Ti con zero (1967) 38906 6906 70,7 4,71 34,3
4 [autore collettivo] Lettera a una professoressa (1967) 25257 4665 80,9 4,64 10,3
5 Giovanni B. Montini Populorum progressio (1967) 11063 2807 75,6 5,22 24,0
6 Umberto
Eco
La struttura assente (1968) 152209 15786 48,2 5,29 23,8
7 Beppe Fenoglio La paga del sabato (1969) 32976 4520 83,3 4,34 13,9

Si tratta di quattro romanzi di vario argomento (n. 1-3 e 7), di una enciclica papale (n. 5), di un saggio (n. 6) e naturalmente della Lettera (n. 4). Per ogni testo ho riportato:

1. il numero totale di parole;

2. il numero di parole distinte;

3. la percentuale delle parole comuni rispetto al numero delle parole distinte;

4. la lunghezza media delle parole;

5. la lunghezza media dei periodi.

Si possono ricavare informazioni più dettagliate su ogni opera interrogandone la corrispettiva pagina, mentre nelle pagine dedicate al rango delle parole è possibile trovare un discorso più approfondito sul significato di queste statistiche.

Ma anche senza andare troppo in profondità appare evidente la deliberata semplicità, solo in apparenza ingenua, con cui è stato redatto il testo della Lettera.

Il dato più evidente è la lunghezza media dei periodi: 10,3 parole, ben al di sotto della media di tutti gli altri testi. Al contrario, la percentuale delle parole comuni, rispetto al numero delle parole impiegate, è molto alta: 80,9%, il che significa che si è fatto un ricorso minimo a parole non facilmente comprensibili da tutti. Solo Beppe Fenoglio riesce a fare un po' meglio, con una percentuale dell'83,3%. Il peggiore è Umberto Eco (48,2%), ma è difficile chiedere di più a un saggio accademico. O no?

Tutto questo descrive oggettivamente ciò che qualsiasi lettore della Lettera, appena un po' attento, scopre subito da sé: la strenua volontà degli autori di farsi capire e di essere convincenti. Uno sforzo che è costato grande fatica, e dunque, una lezione da tenere in considerazione.

Noi dunque si fa così:

Per prima cosa ognuno tiene in tasca un notes. Ogni volta che gli viene un'idea ne prende appunto. Ogni idea su un foglietto separato e scritto da una parte sola.

Un giorno si mettono insieme tutti i foglietti su un grande tavolo. Si passano a uno a uno per scartare i doppioni. Poi si riuniscono i foglietti imparentati in grandi monti e son capitoli. Ogni capitolo si divide in monticini e son paragrafi.

Ora si prova a dare un nome a ogni paragrafo. Se non si riesce vuol dire che non contiene nulla o che contiene troppe cose. Qualche paragrafo sparisce. Qualcuno diventa due.

Coi nomi dei paragrafi si discute l'ordine logico finché nasce uno schema. Con lo schema si riordinano i monticini.

Si prende il primo monticino, si stendono sul tavolo i suoi foglietti e se ne trova l'ordine. Ora si butta giù il testo come viene viene.

Si ciclostila per averlo davanti tutti eguale. Poi forbici, colla e matite colorate. Si butta tutto all'aria. Si aggiungono foglietti nuovi. Si ciclostila un'altra volta.

Comincia la gara a chi scopre parole da levare, aggettivi di troppo, ripetizioni, bugie, parole difficili, frasi troppo lunghe, due concetti in una frase sola.

Si chiama un estraneo dopo l'altro. Si bada che non siano stati troppo a scuola. Gli si fa leggere a alta voce. Si guarda se hanno inteso quello che volevamo dire.

Si accettano i loro consigli purché siano per la chiarezza. Si rifiutano i consigli di prudenza.

Dopo che s'è fatta tutta questa fatica, seguendo regole che valgono per tutti, si trova sempre l'intellettuale cretino che sentenzia: «Questa lettera ha uno stile personalissimo».

Sotto l'aspetto strettamente tecnico, dunque, la mia passione per le parole scritte è debitrice anche verso don Milani e i ragazzi della sua scuola.

Mi domando solo se l'intellettuale sia cretino perché sentenzia, oppure perché è intellettuale. Ma forse, per il priore di Barbiana e per i suoi ragazzi, venuti su a sua immagine e somiglianza, un intellettuale non può mai fare a meno di sentenziare.